L' esperienza di Luca

A ripensarci è stato come un viaggio in un’altra dimensione. Se qualcuno molti anni fa mi avesse detto che nel mio destino ci sarebbe stata la permanenza per una settimana in una stanza nel sotterraneo di un ospedale e che avrei ingerito una pastiglia radioattiva, non lo avrei mai creduto possibile.

Eppure mi è successo: era l’aprile del 2018. E succede a tanti e da tanto tempo, perché la radioiodioterapia è la più “antica” tra le cure dei tumori e deve la sua longevità alla sua efficacia. Nel trattamento dei carcinomi della tiroide ha il ruolo di “sterilizzatore” ovvero uccide le cellule tiroidee rimaste nel letto chirurgico dopo l’asportazione della tiroide, al fine di evitare eventuali recidive tumorali.

Il reparto di Medicina Nucleare al piano -2 dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è un mondo a sé. Ci sono quattro camere per un totale di sei posti letto. Gli spazi comuni sono minimi anche perché in effetti non sono necessari più ampi, non vi si può sostare più del tempo necessario al recupero e alla restituzione del vassoio per il pasto o per usare la cyclette. La sensazione di essere entrato in una capsula, in un bunker, è aumentata quando ho visto la mia camera, singola, dove una finestrella che dava su un cortile interno fingeva di far passare luce da fuori. La telecamera fissa sul letto era contemporaneamente inquietante e rassicurante. Da mesi, dalla diagnosi di carcinoma, vivevo in una bolla, ero tra gli altri ma vivevo tutto con la sensazione di essere altrove, i miei pensieri erano sempre lontani rispetto a quello che avevo davanti nel quotidiano, nel lavoro come nelle poche occasioni in cui provavo a distrarmi. Allora, nel bunker, ero entrato in una bolla fisica oltre che mentale, ero ancora più isolato, tra me e la “normalità” oltre alla malattia c’erano quelle pareti. Da questo ambiente così grigio e triste si sono subito distinte le persone: all’arrivo, infermieri e medici sono stati molto disponibili a ripetermi le regole e ad ascoltare le mie considerazioni e le mie speranze. Nei giorni successivi, anche dall’esterno della stanza, mi hanno sempre fatto sentire la loro presenza, citofonandomi dalla loro postazione o affacciandosi alla porta a debita distanza. Nelle stanze adiacenti c’erano altri “ospiti” e mi è capitato di vederne e sentirne qualcuno fugacemente. L’angolo del reparto che più dava segni di umanità e di solidarietà era la mensolina sopra il lavandino dove riportavamo i vassoi: era piena di pacchetti di biscotti e di caramelle (per lo più al limone) lasciati lì dai pazienti che erano appena usciti dal bunker.

Lunedì e martedì ho ricevuto le due dosi di Thyrogen. Poi, mercoledì il giorno tanto temuto: l’infermiere mi è venuto a prendere e mi ha accompagnato in una saletta dove, vestito con le protezioni, con gesti precisi ha tolto la pastiglia da un contenitore e l’ha messa sul tavolo, in una vaschetta di metallo. Mi sono seduto davanti al tavolo, ho preso la pastiglia e l’ho messa in bocca. Nelle due ore successive ho provato a dormire visto che la notte precedente non avevo quasi chiuso occhio, ma non ci sono riuscito. Ero in attesa di qualsiasi sintomo negativo, anche i peggiori. Nessun segno per fortuna. Si trattava di stare lì calmi, far passare le ore, in attesa della scintigrafia total body che mi avrebbero fatto venerdì all’alba. Una paura però ha sostituito l’altra. Dopo essermi reso conto che la pastiglia non mi stava causando effetti negativi, ho subito costruito e via via rafforzato l’ansia per la scintigrafia total body programmata per l’ultimo giorno. Grazie a quell’esame si sarebbero viste eventuali localizzazioni tumorali residue, vicine alla tiroide o a distanza (le cosiddette metastasi). Mi sono sforzato di distrarmi con la TV e telefonando e messaggiando agli amici, ma la paura di ricevere un’ennesima pessima notizia non mi ha mai lasciato. Alle sette del mattino di venerdì mi hanno accompagnato nella stanza della scintigrafia. Ricordo molto bene che stavo tremando. Mi sono sdraiato sotto quel catafalco che si muoveva pianissimo e in quella mezz’ora ricordo di aver pensato tantissime volte che di sicuro avrebbero trovato cellule tiroidee all’altezza del mediastino. Una volta finito, sono tornato in stanza dove ho aspettato l’esito per circa due ore. Nel frattempo mi hanno spiegato nuovamente le regole di comportamento una volta uscito da lì tra le quali il mantenimento della distanza di sicurezza verso le donne in gravidanza e verso i bambini, anche verso mia figlia di nove anni, purtroppo. Il medico quindi mi ha comunicato l’esito della scintigrafia spiegandomi che le mie cellule tiroidee, le poche rimaste, erano solo nel collo! Con quelle parole aveva messo fine a mesi terribili, le metastasi che temevo non c’erano. Sono uscito dal bunker e ho rivisto il sole, come rinato.

Luca


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