Il paziente esperto

Aggiornamento: 24 gen 2020

Quando sono stato invitato ad entrare nel gruppo di persone che ha ideato questo sito e l’associazione, ho incontrato per la prima volta il concetto di “paziente esperto”.


Spesso, quando ci si ammala, non ci si dice “io sono un paziente”, lo si è senza attribuirselo come ruolo, senza comprenderne del tutto la portata, anche i diritti sono lasciati in secondo piano. In primo piano, com’è naturale, ci sono la sofferenza e le preoccupazioni per sé e per chi si ha accanto. Sono paziente da qualche anno per ipertensione arteriosa e da poco più di un anno per la tiroide e, in passato, sono stato “caregiver” di persone a me molto vicine.

Non mi sono mai reso conto di questi miei “ruoli”. Ho avuto l’occasione di rifletterci in questi mesi. E ho ripensato alle persone che in questi ultimi anni ho incontrato negli ospedali, negli ambulatori e a casa mia durante le cure domiciliari ai miei cari.

In tutte le esperienze che ho attraversato, ho incontrato esempi di personale medico e infermieristico straordinari, ma anche pazienti che nella mia grezza interpretazione del concetto, definirei “esperti”, persone che cercavano di comprendere attivamente le situazioni, di non farsi travolgere da esse, di ascoltare quello che i medici dicevano e di trasmettere loro i propri pensieri e quello che stavano provando. E anche di condividere con gli altri pazienti le loro informazioni e le loro emozioni, cercando sempre lo scambio, con attenzione. Pazienti che, avendo incontrato medici che hanno dimostrato loro empatia e capacità di ascolto, hanno ricevuto una spinta ulteriore che ha rafforzato il loro comportamento, trasformandolo addirittura in proattivo.